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Intervista a Caterina Spallino
Una voce di primo piano della poesia emergente

Per il poeta la poesia è indissolubile dalla sua esistenza, è vita per diventare morte per levarsi con le ali, il bisogno di metterle e provarne il volo.

Lei ha pubblicato decine di libri di poesie. Come spiega tanta ispirazione?
La mia passione per la poesia è stata una compagna che mi ha seguito nella mia vita come un binario su una parallela. Mi ha sempre affiancato come fosse prima un mondo inesplorabile poi una incontrollata vena aurifera da cui trarre sempre il meglio: “sobre el volcan le flor” a detta di altri autori. Riempire le pagine della mia vita non risparmiate alla mia inquietudine di artista dal talento così tanto coltivato è la fonte del mio essere fertile. Il mio estro ha conosciuto in passato e nella mia infanzia altri canali di sfogo dove drenare ogni forma di espressione che potesse definirsi arte per una ragione che avesse senso di tutto.

Quali sono i temi prediletti della sua poesia?
Essendo andata avanti nelle tematiche della mia esistenza con le scelte e i continui impegni che essa mi dava; nella mia poesia ho sempre tenuto in considerazione la mia vita sociale nonché quella personale e gli stimoli ricevuti dall’esterno.  Stimoli che hanno avuto continui feedback di reazione, uguale e contraria, determinando equilibri e squilibri e modulando il mio elaborato ora verso problematiche generali ora verso temi specifici così da allargare la mia poesia del contenuto di denuncia, di protesta aperta e di sofferta esternazione al mio mal di vivere.

La poesia condiziona la sua vita?
La poesia ha sempre condizionato la mia vita. Essendone prigioniera mi ha guidato nella ricerca della parola, quella giusta, perché diventasse un atto liberatorio e significativo, per essere anch’io al mondo. Il travaglio spirituale che la partorisce ne è insieme figlia e madre, ambivalente legame di creazione e morte e un viaggio nel labirinto col filo per uscire dalle difficoltà del suo recinto.

Quanto incide la sua professione di medico nella sua poesia?
Lo spirito umano è più potente di un farmaco. Io da medico mi sono trovata sempre ad un bivio ad esercitare le due attività; ma l’essere umano è una fucina che prepara le sue armi come rimedio ai suoi guai. L’Arte medica che rappresenta una vera missione di conoscenza al servizio della salute trova in me un’autentica alchimista di preparazioni galeniche per l’uso e consumo della “pillola giusta”. Il mio libro “Il bugiardino” ne è il mio illustratore. Ma non rinuncia alla “magia” dell’inganno perché venda sostanze ad effetto “placebo”.

Come vive la “sicilitudine” nella sua opera?
Il mio appartenere alla mia terra ha una dominanza di significati che si radicano come fondamento del mio essere in essa e per essa. Non ho mai ignorato i miei natali e il sofferto legame ad essa mi ha penalizzato di un pregiudizio che non mi lascia. La mia fierezza mi rende “paladina” di un teatro che non si libera della sofferenza dei canti e dei vecchi cantastorie che con Cuticchio non vogliono dimenticare nemmeno il loro folclore. La mia passione e il mio amore per la terra di Sicilia è una maledizione che incontra personaggi più vari, dai Nobel alle vittime eccellenti della Mafia, tutto esposto all’accanimento del sole e al mare che non si separa dal cielo tanto il suo turchino sembra essere una pennellata d’autore.

Secondo lei c’è una crisi della letteratura, della poesia in particolare?
Il mercato del libro che dà in pasto svariati autori e che trova canali nella libera usufruizione della lettura come diletto non è più selettivo per la grande opera. Io trovo che l’accesso al consumo del libro sia una sorta di “fame” non per l’autore ma per la parola che sia congeniale alla elaborazione del lettore. Nel caso specifico della poesia si può dire che mantiene i suoi caratteri di messaggio intramontabile, conosce anche tramonti melanconici ma è certo che continui ad essere una sorta di esempio eccellente per i suoi temi e le sue ispirazioni. Poi l’Italia ha costituito un vero e proprio arsenale di autori che ne hanno cantato e decantato la funzione unica per nutrire lo spirito.

La poesia aiuta a vivere?
La forma letteraria in cui si esprime la poesia ha sempre trovato modo di essere amata per ogni tema, soprattutto l’amore. Quanto identifichi autore e lettore per la sua creazione il nesso  di appartenenza reciproca porta a fruire la vita come un  flusso magnetico che opera una sorta di “Magia”. Il mistero dell’Amore viene sviscerato e vivisezionato da entrambi ed è una soluzione di abbeveraggio per loro che non ne possono fare a meno.

Un’ultima domanda: a che serve la poesia?
Solgo dire a me stessa che la poesia è l’azione dell’animo. La mente e il cuore ne sentono l’insaziabile necessità. Una musica che scaturisce dai suoi recessi come fosse una spinta che vuole farsi spazio. Deve essere creata come una creatura nostra e partorita affinché nasca. Per il poeta è indissolubile dalla sua esistenza, è vita per diventare morte per levarsi con le ali, il bisogno di metterle e provarne il volo. Il cantore se ne fa uno strumento ne canta come ispirato dalla Musa che fa di lui uno schiavo ed esercita la sua parola così familiare al suo fine e la sua malia ne assoggetta lo spirito perché la generi. Chiedere ad un poeta a che serve la poesia è come chiedere ad un umano a che serve l’ossigeno.

Intervista di Salvatore Fava

 

 

 

 

 

 

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