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Un nuovo libro di Bruno Rombi

Occasioni: una voce poetica ispirata

di Rosa Elisa Giangoia

Questa nuova silloge di Bruno Rombi (Ismecalibri, 2017) pur nella sua sobria brevità, ci conferma l’impossibilità di mettere a tacere l’ispirazione per un vero poeta. Infatti il nostro Autore sembrava essersi voluto congedare dalla produzione poetica con l’ampia raccolta dei suoi testi (Il viaggio della vita, 2011), ma evidentemente la voce insopprimibile della poesia ha continuato a scaldare il suo cuore e a dare ispirazione alla sua mente che ha elaborato nuove liriche, soprattutto in dialogo con gli autori più frequentemente letti e più intensamente amati (Senghor, Saint-John Perse, Vallejo e soprattutto Neruda al cui incontro è dedicata anche una poesia), secondo la classica consuetudine dello thélos. E così questa voce ispirata e ispirante continua ad accompagnare Bruno Rombi nella sua operosa vita, riconfermando la sua ormai lunga fedeltà e dedizione alla poesia, sostenuta dalla consolidata fiducia che questa sia la forma artistica che meglio sa esprimere gli stati d’animo, le emozioni e i sentimenti di ogni tempo della vita dell’uomo, in quanto sa farsi la più autentica e veritiera, anche se il poeta le riconosce, con una punta di amarezza, l’impossibilità di essere sempre ben compresa dagli altri (Il vate inopportuno).

bruno rombiAd unificare queste liriche, pur nella sfaccettatura dei temi e delle occasioni, è il fatto che tutto questo breve canzoniere è velato dalla soffusa malinconia del senso del congedo, quella consapevolezza del limite ontologico dell’esistenza umana che riporta continuamente il pensiero del poeta all’ineluttabile abbreviarsi del personale tempo dell’esistenza («Ora che Lei si avvicina / furtiva», Ora che Lei...) per la consapevolezza del «l'ombra della morte che s'aggira / col suo passo felpato ma costante (Cancellazione). È il senso de Il male viola, quel colore che, ampliando la magica gamma dell’espressività cromatica che ci ha insegnato Verlaine, diventa simbolo di quanto a poco a poco offusca il nostro esistere fino a spegnerlo. Per questo, oltre ai poeti espressamente ricordati dall’autore, c’è anche un sottile, ma forte, legame con Giorgio Caproni del Congedo del viaggiatore cerimonioso, testo che in modo particolarmente pregnante ed efficace ha saputo esprimere lo stato d’animo della percezione del tramonto dell’esistenza.

Da parte di Rombi, però, non c’è un guardare il mondo con distacco e senso di lontananza, ma piuttosto con quell’ansia e quell’amarezza che può derivare dalla consapevolezza del persistere di tutto quanto si è dovuto constatare come negativo durante la vita. È la malinconia della percezione del nulla, del dispiacere di non aver acquisito certezze esistenziali, della revisione dello scorrere del passato carico di tutti i suoi misteri, di tutte le sue oscure parvenze ed anche delle incongruenze e delle negatività che spesso hanno deluso e ferito l’animo del poeta, come in generale di tutti gli uomini (Ubriachi).

Di fronte a tutto questo non resta che il persistente interrogarsi sulla nostra condizione umana («Ma noi, noi chi siamo?» si chiede il poeta in Il corso del mondo), sulla meta sperata, ma mai raggiunta («E fallii ancora la meta / rimasta per me misteriosa, La meta misteriosa), sull’umano senso di disorientamento (Giri di bussola), nonché riflettere sulla lotta che si è portata avanti e sugli scacchi che si sono subiti, come viene fatto dal poeta attraverso un’originale ed efficace metafora, quella de Il gatto maestoso.

In questa insistente ricerca del senso della vita si incastona la percezione del divino (La presenza di Dio), più come oggetto di preghiera a cui rivolgersi con fiducia e speranza che come sicuro possesso da cui la Verità possa sgorgare per dare certezze e sicurezza.

Ma la riflessione dall’alto del poeta («Che salga sull'aspro pendio, / mirando alla vetta», L’ultimo tratto) si àncora a particolari attuali dell’umana esistenza, in una dimensione corale di generosità, in quanto egli guarda ad aspetti del vivere attuale particolarmente contraddistinti da fatica, dolore e sofferenza per cui si sofferma sulle tragiche vicende dei migranti (Non v’è mare…), per i quali il tono della poesia si fa alto e solenne con cadenze di preghiera, e, anche con un’accorata considerazione di taglio politico, sul duro lavoro dei minatori («minatori del mio Sulcis», Voi, carbone) nell’isola delle sue origini, la Sardegna a cui dimostra il suo attaccamento con un’altra intensa lirica (La Sardegna nel cuore).

Ma anche per Bruno Rombi, come da consolidata e persistente tradizione poetica, un seppur rapido, ma consolante, conforto per il cuore dolente nella tempesta esistenziale propria e altrui viene dalla natura, in questo caso con uno scorcio solare di paesaggio marino fiorito di mimosa (La mimosa).

Le poesie di questa silloge confermano il tratto vigoroso e sostenuto della poesia di Bruno Rombi, poeta dall’ampio orizzonte, capace di innervare la sua scrittura con la robustezza della riflessione filosofica, di contenere il sentimentalismo con l’argine dell’autenticità del sentire e l’abitudine a non chiudersi nell’individualismo, grazie all’attenzione partecipe alle altrui sofferenze.

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