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italy 1157365 960 720Il luogo delle origini

di Andrea Guastella

 

Interrogare il Novecento. Un titolo estremamente carico di implicazioni culturali. Alcune, come quella che Giovanni Occhipinti ha definito, non da ora, Trasmigrazione delle poetiche, sono a mio avviso meritevoli di approfondimenti ulteriori. Altre mi sembra vadano piuttosto rubricate sotto la voce "sindacalismo letterario". Se infatti è vero che non solo i linguaggi ma addirittura le poetiche sono in continuo movimento, che importanza può avere il mancato riconoscimento di alcuni autori? La grande letteratura è sempre contemporanea, ma non nel senso del successo o del consumo. È contemporanea perché riflette un mondo e ha in sé le domande – mai le risposte – più urgenti che esso ci rivolge. Ma quali saranno mai queste domande?

Assodato, come scriveva Rimbaud, che Io è un altro, la prima e fondamentale riguarderà l'identità, l'appartenenza e il luogo delle origini. Non a caso, leggendo qua e là tra gli inediti di Emanuele Schembari, poeta che amo molto e a cui ho pensato di dedicare la mia breve relazione, ci si imbatte subito in versi che evocano La casa dell'infanzia:

Nei miei ricordi le case dove ho abitato
in questi anni finiscono tutte col somigliarsi
ma soltanto la dimora della mia infanzia
che una ruspa ha distrutto tanti anni fa
torna nei miei sogni con alcune varianti

È come se, frequentandola, l'autore conservasse quella freschezza di percezioni che consente ai fanciulli di scoprire cose sempre nuove. Nulla di nuovo, lo sappiamo, avviene sotto il sole. Non sono le cose a rinnovarsi ma chi ad esse si raccorda, chi, attraverso un'esperienza costantemente stimolata, pone le basi del suo carattere, della sua personalità. Verrebbe da dire che la ricetta dell'eterna giovinezza risiede proprio nella capacità di sorprendersi e di trasformare in storie – perché l'uomo, come ha affermato George Steiner, non è tanto un animale politico: è un animale che racconta storie – gli avvenimenti più consueti e banali. Solo ciò che non viene narrato o poeticamente trasfigurato è destinato a consumarsi nel tempo che "sfuma annullandosi / e gira come una ruota come un tritacarne".

Di qui l'esigenza pressante per Emanuele di evocare, come Ungaretti i suoi fiumi, le dimore della sua vita. Prima Palazzo Pennavaria, imponente edificio storico che occupava un lato intero della principale piazza di Ragusa, sacrificato alla speculazione edilizia degli anni Sessanta (a queste vicende si riferisce la ruspa al quarto verso de La casa dell'infanzia). Poi la campagna di Serramontone, la casa delle vacanze "dove si giocava / imitando Tarzan con le corde come liane". Ma anche questa visione, come una foto consunta, "si dissolve bruciata dal tempo / nel mito dell'infanzia si popola di fantasmi".

L'ultima immagine – drammatica – richiede una pausa di riflessione. Navigando a ritroso nel tempo, il poeta avverte il rischio di incagliarsi in una secca. Se infatti ogni poesia che si rispetti è poesia della memoria, non lo è mai in senso nostalgico o consolatorio. La memoria non è infatti un serbatoio neutro cui attingere ricordi, ma una sorta di equivalente della consapevolezza:emanuele schembari2

La memoria rimane il grande limite di ognuno
chi riesce a sbarazzarsi di essa potrebbe volare
per cieli sterminati al ronzio di un mite silenzio
in una pace infinita che viene dall'abbandonarsi
ognuno finalmente alla vera essenza di se stessi
perché chi ricorda torna di continuo all'indietro
non vive la vita ma rimane nel buio del passato
mentre tutte le cose diventano niente che naviga
nel mare del presente ognuno riprende se stesso
perdendo una dimensione della consapevolezzasolo
dimenticando si conquista una vera identità
(La memoria)

 

"La meta", scriveva Borges, "es el olvido. Yo he llegado antes": noi siamo ciò che ricordiamo, e siccome non ricordiamo niente – a patto, ovviamente, di non affidare la nostra avventura a una memoria fittizia – non siamo niente:
solo il nulla si collega all'eternità
non si conosce che cosa ci attende
e forse è meglio così perché tutto
si semplifica e diventa trasparente
(La vita)

 

Il mondo di oggi, purtroppo, è cambiato (o almeno così appare all'io invecchiato):
È un mondo verso il disfacimento
contorto come un ferro arrugginito
fra computer stampanti e cellulari
incomprensibili c'è gente che vuole
darti notizia di sé per sapere di te
e non t'importa nulla e di nessuno
se non per la tua vita che ti scivola
fra dita aperte a perdere significati
il vivere svapora e di ogni persona
rimangono solo le parti di un tutto
(Il mondo cambiato)

 

Dinnanzi a una simile frammentazione della personalità individuale, al poeta non rimane che cavalcare la tigre, volando, novello Palazzeschi, A bordo di un fax:
per seguire l'inconsistenza del pensiero
mi conviene viaggiare a bordo di un fax
d
ove premo un bottone e mi trasferisco
attraverso lo spazio nel posto che non so
o simulando, in una struggente, sciamanica identificazione col suo oggetto, di soffrire di Alzheimer:
Io non sono più io cerco una strada
che non posso trovare mi trasformo
mi nascondo dietro uno specchio
che non ha la mia faccia ma quella
di un altro che appartiene al passato
che non riesco a distinguere intanto
perdo l'orientamento e giro a vuoto
ascoltando il ticchettio dell'orologio
a pendolo che sta fissato alla parete
e se mi trovo a bussare ad una porta
qualcuno risponde ma nessuno apre
io vado via e un'angoscia mi stringe
con la sua mano attorno alla mia gola
divento tutti coloro che ho incontrato
una volta da qualche parte dei quali
ho dimenticato i volti e perso i nomi
nell'incredibile confusione della vita
(Alzheimer)

 

Malattia reale, l'Alzheimer, condivisa da milioni di persone, ma pure metaforica. E se fosse proprio questo morbo, l'incapacità di ricordare il luogo delle origini, il male oscuro del nostro tempo disumano?

Forse è davvero così. O forse l'Alzheimer è solo un nome per evocare la vecchiaia, il naturale coronamento della vita. Cos'altro siamo, del resto, noi mortali, così pronti a crederci speciali, venuti dalle stelle, se non "i figli delle tartarughe"?

chiusi nel nostro involucro corazzato
guardiamo l'asfalto del cortile il vento
c
he scrolla gli alberi e le pozzanghere
per far passare il tempo come in attesa
e andare da qualche parte in direzione
di un posto che è del tutto inesistente
ma fingiamo di non saperlo aspettando
che spiova e che si arrestino i turbini
(In attesa)

Il nostro orizzonte non è il cielo ma l'asfalto. Stiamo attaccati alla terra e procediamo in una direzione imprecisata, senza una meta apparente, sino a perderci nel nulla.

noi ci dirigiamo dove nessuno ci darà
il benvenuto e arriva la noia pensiamo
sempre di meno su programmi vuoti
di significato e una copertina di nebbia
s'innalza per nasconderci le cose che
possiamo solo immaginare e finiamo
con l'inventarle dando loro la forma
perdendo la dimensione degli oggetti
come nei sogni dove non si trova mai
la strada …

E tuttavia, se è esistita l'infanzia, sarà pure esistito, oltre le nebbie del sogno, un paradiso cui tornare. A cos'altro servirebbe interrogare il Novecento se non a ritrovarlo?

La poesia sa che è impossibile, ma non esita a provarci.
E, come accade in queste ultime poesie di Emanuele, talvolta ci riesce.

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