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Benedetto Croce
DIFESA DELLA POESIA
Un manifesto ancora attuale

Se la poesia è intuizione ed espressione, unità d’immagine e di suono, qual è la materia che prende forma d’immagine e di suono? È tutto l’uomo che pensa, che vuole, che ama e odia, che è forte e debole, sublime e miserabile, buono e cattivo, nella gioia e nell’affanno del vivere; e, con l’uomo, identico con l’uomo, tutto l’universo nel perpetuo perpetuare travaglio del suo divenire.

Ma i pensieri e le azioni e le commozioni della vita, nell’assurgere a contenuto di poesia, non stanno più come pensiero che giudichi, come azione che praticamente s’esegua, come bene e male, gioia e dolore, attualmente operati e sofferti, ma tutti, unicamente, come passioni e sentimenti nell’atto che si placano, si rasserenano e si tramutano in immagini. E questo è l’incanto della poesia: l’unione del tumulto e della calma, dell’impulso passionale e della mente che lo contiene in quanto lo contempla. La vittoria è della contemplazione; ma è una vittoria che freme tutta della battaglia sostenuta e che ha sotto di sé l’avversario domato e vivente.

Il genio poetico coglie e ferma questa linea sottile, in cui la commozione è serena e la serenità è commossa: una linea che ha, al di qua, l’immediatezza della passione e, al di là, l’ultramediatezza della riflessione e della critica, e che è sempre al rischio, presso i minori ingegni, di squilibrarsi o verso un’arte agitata e sconvolta dalle passioni o verso un’arte priva di passione e condotta su schemi intellettuali (nel “romanticismo” o nel “classicismo”, come si chiamano).

L’uomo di gusto poetico coglie anch’esso questa linea sottile lungo la quale gli è dato di godere la gioia della poesia. Egli sa come quella gioia è fatta: venata di dolore, percorsa da una singolare soavità e tenerezza, divisa e alternante tra impeti e abbandoni, tra volontà e rinunzia, tra l’ardore del vivere e il desiderio del morire; e nondimeno gioia, la gioia della forma perfetta e della bellezza.

È raro o è comune questo godimento della poesia, questa gioia della bellezza? È raro ed è comune tutt’insieme: raro come attitudine ed abito degli spiriti raccolti, che ad essa sono nati e ad essa si sono affinati ed educati; comune come disposizione ingenua negli animi ingenui…

Richiamato alla mente il concetto della poesia nel suo proprio carattere e perciò anche nei suoi limiti, non solo di conseguenza rimangono esclusi tutti i particolari uffici ai quali si è voluto invitarla o piegarla e che essa di sua natura non comporta, ma anche le si toglie quel grado altissimo e supremo che a lei assegnava Shelley,  quando la diceva scaturigine di tutte le forme della vita civile. Invocarla ben si può per la rigenerazione e il rinfrescamento e il rinvigorimento spirituale delle umane società, ma sempre secondo l’essere suo, e non già come tale che possa sostituire o generare di per sé le altre forze, capacità e attitudini umane; è insomma come una sola delle vie che conducono a quell’unico effetto. Anche altre vie vi conducono: quelle del pensiero e della filosofia e della religione, del sentimento morale e dell’opera politica, e perfino le vie dell’attività che attende alla produzione dei beni economici e che, seriamente esercitata, è portata a risalire all’universale di cui è specificazione e senza di cui le verrebbe meno l’intero vigore, l’entusiasmo e la costanza. Sempre, entrando nell’una o nell’altra via, si entra nelle altre tutte: e ci si avvede, infine, che quelle vie non sono né divergenti né parallele, ma si legano in un circolo, che è la circolarità e l’unità dello spirito.

E in tutte si dà il caso  che non è poi caso, quando lo si guardi nel nesso del tutto e nel dramma della storia, che il singolo individuo si fermi a mezza strada come a corto di forze, e non progredisca al segno ulteriore, e rimanga unilaterale, frammentario, incoerente. Come c’è il filosofo che non tira le conseguenze pratiche del suo filosofare e vede il meglio e segue il peggio o se ne sta inerte dove dovrebbe operare da milite o da cittadino, c’è altresì l’uomo artisticamente dotato che dai fantasmi della poesia non compie il passaggio alla meditazione filosofica né alla risoluta azione: l’uno e l’altro dimidiati viri. Ma l’arresto sulla via, la frattura che a un certo punto l’individuo fa nel circolo spirituale, si vendica sopra di lui, e spesso nella medesima sfera che gli è cara, perché quel filosofo di scarsa virtù morale o moralmente colpevole sente via via scemare in sé l’ardore del suo filosofare, perde la fede nel proprio pensiero, e quell’amatore e creatore di poesia, esaurito quanto dapprima in lui si trovava raccolto di esperienza umana, si viene pervertendo in poeta di maniera e in frivolo letterario.

Da parte nostra, procuriamo intanto, conforme alle nostre attitudini e alla nostra preparazione, di fare entrare altri uomini nella via della poesia, per la quale si giunge a una delle eterne zampillanti fontane di gioventù. Saranno disposti a seguirci o si rifiuteranno? Scambieranno con noi impressioni di gioia e consensi, o ci seguiranno riluttanti e, peggio, svogliati, facendoci cattiva compagnia? Certo non voglio tacere un senso che io provo – e forse non provo io solo – da vent’anni in qua, nel recitare ad alta voce un verso o una strofa di Dante o di Petrarca, di Ariosto o di Foscolo: che è quello di una voce che non susciti eco, di un luogo che mi stia intorno, estraneo all’aspetto, ostile e schernitore, di una profanazione che io compia, col portare colà parole alte e gentili, nate in un mondo diverso, indirizzate a un mondo diverso. Ma è cotesta un’osservazione che concluda al necessario ritiro in se stessi, al silenzio da osservare, alla rimemorazione che convenga fare di quelle cose solamene tra sé e sé, col necessario pudore, come a risognare un dolce passato; o non è piuttosto la semplice segnalazione di un ostacolo da vincere?

E io immagino un’altra e simbolica vicenda: di avere intorno un’accolta di giovani e di uomini, tutti tesi nelle loro passioni reciprocamente esclusive, scissi e diffidenti nemici per opposte tendenze, chiusi e feroci ciascuno d’essi nella propria ben difesa cerchia. Ed ecco si apre un libro di poesia e si comincia a leggere, e allo scorrere di quei suoni al volo di quelle immagini, un non so che si muove nei loro petti, il loro spirito si fa attento, la fantasia si risveglia, segue quel ritmo estetico nel suo tema, nei suoi contrasti, nella sua finale armonia, e in quei contrasti e in quell’armonia essi vengono, con meraviglia e commozione, riscoprendo in sé stessi l’ignota, l’obliata, la negata comune umanità. Potranno più, dopo quella scoperta, guardarsi gli uni gli altri come per l’innanzi? Potranno, come per l’innanzi sentirsi affatto divisi e l’un contro l’altro armati, quando un vincolo si è formato tra loro, quando tutti han vissuto per alcuni istanti nel mondo della bellezza e vi si sono ritrovati fratelli? E quegli istanti di religioso preludio si spegneranno senza alcun effetto, senza lasciare alcuna traccia nei loro animi, senza preparare il bisogno di altri istanti simili, e di altre cose simili, e non solo di versi e strofe e musiche e pitture, ma di pensieri che apportino luce e di opere che innalzino il cuore?

Si suol dire, quasi per iscoraggiare le speranze e le fiducie, che la realtà è dura e pesante e vuol altro che buona volontà di individui e illusioni di poeti. Ma noi sappiamo che quella dura e pesante realtà si muove, e anzi non è se non moto, e che non si muove per altro che per gli sforzi di noi tutti, ciascuno legato a tutto il mondo, ciascuno grande, piccolo o piccolissimo che egli sia, responsabile del mondo tutto. Si lasci dunque che anche noi, in quanto animatori di poesia, compiamo il nostro qualsiasi sforzo, che è poi adempimento del nostro particolare dovere.

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