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“La Memoria e l’Alzheimer”
L’ultimo libro di Emanuele Schembari: un intellettuale di rango
di Giovanni Occhipinti

La raccolta dei versi inediti di Emanuele Schembari, purtroppo postuma, ha la peculiarità espressiva dell’addio o se vogliamo del congedo dal mondo. Egli è pervenuto alla poesia ultima con la fermezza lucida e coerente di chi ha sempre guardato con disillusione, se non con diffidenza, alle lusinghe del vivere quotidiano. Ma gli bastava la pienezza di un amore, che non fu solo tale. Fu di più. Fu grande: Mitesa. Voglio ricordare (riporto dalla mia presentazione del racconto lungo Gatti della mia vita, 2015) le parole a lei dedicate, che suonano come una pubblica confessione, particolarmente laddove è presente il significato morale e affettivo di un bilancio consuntivo che è soprattutto uno sguardo alla vita e ai suoi protagonisti positivi o negativi, da guardare comunque e sempre con gli occhi della comprensione e/o del perdono.

C’è un sincero abbandono in tutto questo, che ci dà la dimensione dell’uomo e dell’intellettuale che ha conosciuto talora il volto duro e indifferente della vita, però sa e vuole considerarne soltanto quello buono come un dono e una spinta a viverla negli affetti più sinceri e più nobili.

Ma non fu meno grande l’amore del padre per i figli Raffaele e Giacomo (cfr.: Ai miei figli, 1994). Non si stancava di parlarne, non dimenticando naturalmente i nipoti.

Ebbene, ritroveremo tutto questo ne “La memoria e l’Alzheimer”, la cui struttura, a flusso inarrestabile di pensiero, si avvale di un forte spirito aforistico e quindi definitorio dell’esistenza e dell’uomo Schembari, che al di fuori degli affetti tendeva al disamore. Emanuele guardava alla vita con gli occhi disincantanti di chi sa che non bisogna aspettarsi nulla da ciò forse perché l’uomo, lui, lo vedeva solo sulla terra, percependone il dolore, sin quasi allo smarrimento, per tanto silenzio e tanta solitudine!

Un pessimismo esistenziale che però svaniva quando la vita lo smentiva, dimostrandogli che non tutto gli aveva negato e che tutto ciò che gli era stato dispensato, anche in abbondanza (la ricchezza della sua scrittura polimorfa, che ne ha fatto un autore poligrafo), ha riguardato anche i grandi affetti: Mitesa, appunto («io so di esistere perché tu sei accanto a me / come se t’avessi inventata quarant’anni fa») e i figli; poi gli amici che gli vollero bene e lo stimarono, apprezzandone il valore.

 Emanuele fu un lottatore: sapeva subire le sconfitte, ma per subito riprendersi. Da giornalista di cappa e spada (così ebbi a definirlo presentandolo al Centro Studi Feliciano Rossitto per i suoi ottant’anni), che giocava tra un affondo e una parata di quarta (lo dico da ex schermidore di fioretto), sapeva bene come riversare nei suoi “pezzi” (ma lo faceva anche in poesia) la propria indignatio civile, come ribellione al sistema e risentimento nei confronti degli inganni del vivere.

Ho conosciuto Emanuele nel 1954 – una vita fa! – quanto per tutti era Ermanno e, per il sottoscritto, come del resto anche in famiglia, Nenè: battagliero e gran lettore di romanzi e di poesia, soprattutto del nostro Novecento.

Si interessò di Cinema nel periodo in cui visse a Roma, dove insegnò, e con l’amico regista Enzo Battaglia poté frequentare quegli ambienti e accostarsi alle sue problematiche, come anche alle tecniche di regia e a quelle che riguardavano al scenografia. Contemporaneamente andava meditando, sulla base delle sue esperienze romane, i versi del suo primo libro: Dove rimani viva. Me ne parlò, ne lessi i versi e lo segnalai al mio editore di Cittadella di Padova, il glorioso Bino Rebellato, nelle cui collane di narrativa e di poesia appaiono i maggiori scrittori e poeti italiani, soprattutto veneti.

Fu una silloge che piacque, dai versi toccanti e maturi. Ne seguirono altre nel tempo (Il poligono circoscritto, ’88; Il poker della vita, ’94). Ne seguirono altre nel tempo, ma sempre dai versi risentiti dal punto di vista della socio-storia. Dunque, versi civili e “privati”, tra la denudazione dell’anima e il “gridato”, che non indulgevano certo al tono elegiaco e castigato, alla maniera di uno stato di espiazione vissuto nella condizione di chi si senta abbandonato socialmente come gli ultimi della terra: atteggiamento proprio di tanti poeti del Sud d’Italia, particolarmente della Sicilia, già iniziato da Lamento per il Sud di Salvatore Quasimodo.

No, la poetica di Emanuele Schembari si aprì subito ai motivi socio-storici che qualche anno più tardi passarono attraverso i megafoni della contestazione del Sessantotto, ma avrebbero già potuto far testo nell’ambito dei fermenti che si erano sviluppati all’interno del “Gruppo ‘63”, quando, a partire dalla cosiddetta “Scuola di Palermo” (fondata da Eco e Giuliani con altri intellettuali del Nord), non si finiva di sbraitare – in poesia! – contro il “sistema” e lo si rifiutava, definendolo con versi la cui struttura ipermetra conteneva già i segni e gli attacchi e le disfunzioni sintattico-semantiche ad similitudinem dei guasti della realtà socio-storica, che si alimentava appunto a un sistema inaccettabile e perciò oggetto di attacco e di rifiuto. Ma se non meravigliò allora il poeta, per poco prossimo all’Avanguardia letteraria degli anni Sessanta e Settanta (cfr.: La transizione rabbiosa, ’72 e La progettazione magmatica, ’80) sorprese invece, negli anni “ragusani” il giornalista e direttore della prima TV storica del nostro Capoluogo, Tele Iblea, il quale si rivelò subito, da buon lottatore, se non proprio un castigatore di costumi, un onesto e appassionato portatore e difensore della verità, a costo qualche volta di farne le spese, dispiacendo a chi onesto non era e ostentava un potere che sosteneva e nascondeva, a un tempo, le disfunzioni del malcostume socio-politico.

Tutta la poesia di Emanuele Schembari si sviluppo su due versanti: quello di chi aderisce al “compromesso quotidiano”, vivendo l’insidia dell’inganno e imbrigliandosi nelle maglie del potere, e quello del “tempo” che cancella – ahimè – e rende irrecuperabili situazioni e realtà trascorse, così che tutto va a confluire su pronunciamenti civili ed esistenziali degni di un cittadino del mondo. Il tutto, naturalmente si dipana lungo un filo di rigorosa coerenza tematica e stilistica. Sono i due motivi ricorrenti della poesia di Schembari e basterà leggere Al di là del calendario (2005) e L’orologio elettronico (2006) per rendersi conto che questi motivi hanno alimentato tutta la sua poetica, dagli anni Settanta ai nostri giorni.

Oggi Emanuele, che abbiamo voluto bene e stimato e che ci è stato compagno di strada lungo i percorsi, non semplici, delle iniziative culturali e letterarie, non è più con noi a infervorarci con la sua vis polemica, che gli fece meritare nella storia della Poesia del Secondo Novecento il posto e il ruolo del poeta civile, ma continuiamo a sentirlo e a considerarne la voce e la civiltà dell’autore e dell’intellettuale di cui la sua Ragusa, ne sono certo, vorrà tener conto, grazie al fatto che egli l’ha rappresentata al di là dei confini della provincia siciliana e molto prossima alla realtà civile, sociale e storico-politica che riguarda in senso lato la storia dell’uomo solo nella realtà è infida del mondo.

Ma voglio concludere ritornando sulla figura dei figli ed evidenziando l’incisività dolente e dolce con la quale Nenè dedica i seguenti versi, che ritengo una confessione dolorosa e una dichiarazione forte di affetto e amore ai cari Raffaele e Giacomo: «Mi restano sempre delle cose da dirvi / ogni volta che c’incontriamo // […] // per questo vi sono vicino col pensiero / ogni giorno della vostra vita // […] // e mi restano sempre parole non dette / nella mia riserva di pensieri inespressi».

da Aurea Phoenix Edizioni (Ragusa, 2017)

 

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