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Un racconto inedito del grande regista italiano
di Alberto Lattuada

Un breve percorso in una qualunque strada di Roma offre una ricchissima gamma di umanità, ma il mio occhio è magicamente attratto da un personaggio che, senza un gesto superfluo, ottiene il varco al suo progresso causa la singolarità dell’atteggiamento. Il passo è cadenzato e insolitamente sonoro: i suoi piedi rimorchiano due zoccoli olandesi di legno pesante i quali, quasi fosse un segnale di battaglia, martellano barbaramente il selciato, la sua mano destra impugna un bastone nodoso che risponde con asprezza all’eco degli zoccoli, il vecchio cappello di feltro nero piega la tesa posteriore obliquamente verso il basso alla moda dei nobili tedeschi, sotto il braccio sinistro stringe una scatola di cartone tipica delle «razioni» del soldato americano.

Questo individuo  di statura alta, il volto pallido dai tratti nobili, le membra magre e agili seppure l’età si definisce matura, il passo è imperativo, lo sguardo si perde nel vuoto. Il personaggio è ora perfettamente a fuoco e la mia curiosità bizzarramente acuta. Osservo con discrezione il mio uomo. Si ferma sull’orlo del marciapiede là dove la luce verde indica il passaggio ai pedoni. Si avvia su le strisce bianche è il momento di osare.

-Chiedo scusa…
- Di che? – risponde lo sconosciuto con un sorriso e un’ombra di sospetto.
- Di qualcosa di poco corretto…
- Cioè?
-Vorrei conoscere il suo nome…
- No qui nella strada è impossibile.
- Se permette le lascio un biglietto con il mio numero di telefono.
- D’accordo.

E con un gesto regale lui intasca senza leggerlo il biglietto e risolutamente inverte la marcia e si allontana con certezza ripercorrendo il cammino di poco prima. Mi domando quale sia la sua vera meta.
Il giorno seguente alle 12 il telefono squilla.
- Buongiorno signor Lattuada. Sono il Principe d’Angiò, Duca di Durazzo. Ci siamo incontrati ieri e, se per lei va bene l’aspetto alle ore 16 oggi in via Montevideo 25, secondo piano seconda porta. Conosco il suo lavoro di regista.
- Grazie, sarò puntuale.
Il largo sorriso di accoglienza scopre una chiostra di denti tutti di acciaio. Fino alla morte la soluzione del problema è definitiva. Con delicatezza il principe chiude la porta alle mie spalle e quindi mi precede verso il salotto. Il sentiero che nasconde vecchie piastrelle incrinate è composto di terra battuta: sono  i passi dei visitatori che da anni sono entrati e usciti dall’appartamento del principe.

Siamo in salotto. Tutto è in penombra. Una finestra velata da ragnatele ospita sul davanzale alcuni vasi di pianticelle in parte secche, in parte moribonde, secondo una tradizione indiscutibilmente russa. Il teatro un po’ sinistro è quello di un cimitero di oggetti molto amati un tempo. Scatolette di fiammiferi svedesi vuote allineate meticolosamente. Pacchi di vecchi giornali ordinati con geometria particolare, una forbice rugginosa, molte bottiglie colorate senza etichetta in una prospettiva disuguale di altezza, in un angolo come ragni morti si abbracciano trenta o quaranta occhiali accecati dalla povere, su una mensolina un calice colmo di un liquido carico di muffa, in terra un paio di scarpe femminili di nero copale strette da un legaccio rosa, una camicia sudicia chiazzata di macchie è appesa a un chiodo, in un angolo la gabbia di un canarino, la testa reclinata dalla morte, sembra in attesa di un improbabile funerale.

Su la parete noto una grande fotografia color seppia che rappresenta un castello in oziosa rovina. La voce del principe interviene alle mie spalle. 4

- É il castello di Narni, una mia vecchia eredità. Di notte ci abitano gli spettri dei nobili morti da secoli. Al di sotto della fotografia piantato su le gambe arrugginite un lavabo: al posto dello specchio una cornice con l’impiallacciatura a brandelli inquadra un ovale, un olio dai colori tenui e nebbiosi, una pittura ammirabile. Mi volgo interrogativamente al principe.
- Capisco… lei vorrebbe conoscere il nome del pittore… Turner, Joseph Mallord, William Turner… Il porto di Londra.

L’erre francese del principe è dolcissima. In quanto al Turner direi che è autentico. Dalla stanza attigua si fa sentire debole e continuo il ticchettio di una macchina da scrivere e, quasi sordo, un rumore di denti che frangono un osso. Il principe intuisce il mio desiderio. Con eleganza di modi si alza dalla poltroncina e con un gesto educato indica una porta.
- Il mio studio…
Lo seguo e lo esploro una stanza stretta e lunga dove una ragazza, le labbra scarlatte, batte con accanimento i tasti della macchina. Ai suoi piedi e sparsi ovunque pile di fogli già trascritti. Il mastino, a un gesto del padrone, abbandona l’osso spolpato.

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Il principe con un’ombra di mistero, gli occhi pungenti quasi minacciosi e luciferini commenta:
-  Quando questo libro sarà pubblicato il mondo resterà  senza fiato, dal papa, ai re, ai dittatori, tutti tremeranno, sono mille pagine di veleno.
Si ritorna in salotto. Prima di riprendere i nostri posti il principe accende il samovar. Osservo altre stravaganze. Ai piedi di un dipinto di grandi dimensioni sul cavalletto ci sono una tavolozza e dei pennelli entrambi del tutto essiccati. Il principe sta  frugando in un cassetto e nel contempo accenna col capo alla grande tela.
Un Tiziano tarda maniera, devo terminare il restauro… e sulla parete può ammirare un paesaggio di Van Gogh, firmato Vincent.  Non oso dire una parola, può anche essere… un’allucinazione…
Ora il principe scioglie alcuni nastri colorati e pallidi di vecchiaia, riordina alcune lettere. Altre piccole osservazioni: posso notare che il tavolino e le poltroncine sono in stile settecento veneziano. La lacca ricopre quasi a malapena il legno, le screpolature si arricciano come una sottile foglia. Il principe ha allineato sul tavolino il suo tesoro e mi sottopone con grazia alcune lettere ingiallite.

- Come vede il re di Spagna dall’esilio si ricorda di me, e il Duca d’Alba e Leopoldo del Belgio, i Troubetzkoy e tanti altri. Le lettere sono autentiche: il tipo di carta filigranata, i fregi, gli svolazzi pretenziosi delle firme, gli stemmi sulle buste non lasciano dubbi. Il mio cenno di ammirazione gli basta. Mentre il principe ripone le lettere posso, con sguardo indiscreto, esaminare il collo della sua camicia quasi bruniccio dall’uso, le sue mani finissime ornate di unghie con l’orlo di velluto nero, la sua giacca sgualcita, i suoi capelli radi e guidati in un riporto che svela la pelle del cranio color ocra. Già è così: il principe non si lava mai, la pellicola ingrommata di acido capronico lo protegge dai parassiti come avviene per i barboni. Il suo corpo non esprime alcun odore sgradevole, i pori sono chiusi.

Da una breve confessione vengo a sapere che il principe è fuggito dal caos della rivoluzione russa evitando la cattura.
-  Mi sono salvato miracolosamente: con me avevo un bastone di malacca ricolmo di platino. Il principe ridacchia, questo ricordo lo riempie di soddisfazione. Per un istante, fra le sottili labbra ornate da un cespuglietto di baffi incolti tornano a brillare i denti di acciaio, Quasi di scatto si alza e pone sul tavolo due tazzine cinesi. Una delle due, quella offerta direttamente a me, è stata vittima di un piccolo infortunio, l’orlo si è scheggiato e il frammento è stato incollato con la «resina indiana» ma, per sicurezza, un esile spaghetto corre nel solco della porcellana garantendo la perfetta riparazione.
Su la consolle accanto, posata con cura verso il barlume della finestra spicca una fotografia con la cornice d’argento annerita dall’ossido.

Il principe d’Angiò è giovanissimo, i suoi baffi sono curati da una mano esperta, i capelli biondi sembrano irradiare luce. Il costume è bianco, tagliato in un panno immacolato, le mani eleganti si intrecciano nel suo grembo con un accenno di dolce ma ferma autorità. Ai suoi piedi due levrieri candidi respirano una vacua dolcezza e altri quattro, sempre bianchi sono schierati a destra e a sinistra del principe.

Il principe torna a sorridere con ironico distacco…
-  Nel mio palazzo a Mosca… ero ambasciatore di Ungheria, mi annoiavo…
In un lampo decifro la condizione attuale del mio interlocutore. Già, in quel tempo lo lavavano, lo profumavano, lo vestivano… scomparsi per sempre i suoi servi il principe non si occupa del suo abbigliamento, gli basta respirare e fumare sigarette di poco prezzo.

Dal vecchio samovar il principe versa nelle tazze l’acqua bollente che aggredisce le foglioline secche del tè.
-  Thea Sinensis, il tè verde dell’oriente… senza zucchero, senza limone, senza latte, è una bevanda ideale. Tempo un minuto il profumo del tè sale verso di lei.

Con una parola di rispettosa gratitudine rifiuto il tè causa il mio sistema nervoso. Mi offre un rosolio verde da una boccia di vetro resa opaca dalle tracce delle dita.
-  Grazie mille volte, ma il medico mi proibisce qualunque alcol.

Un sorriso di commento senza insistenze. Ci guardiamo a lungo in un silenzio di simpatia reciproca quando, in un lampo, so cosa leggere nel destino di questo incontro. Azzardo una domanda inaspettata.
-  Principe, lei ha un vestito bianco?
-  Il mio nuovo amico si alza prontamente, raggiunge uno scaffale e ne trae un pacco nudo di grosso tessuto di lino, lo spiega con grazia come si trattasse di grandi pagine di un libro in ottavo. Alcune facce sono come vecchie pergamene, altre sono abbronzate quasi colore del cioccolato al latte.
-  Già… il sole ha fatto il suo dovere… in tintoria ritorna nuovo…
- Una pausa.
- E allora? – sussurra il principe.
-  Avrei una proposta importante.
-  Je vou ecoute.
-  Le propongo di diventare attore in un mio film nella parte di un miliardario.
-  D’accordo.

Una stretta di mano, un sorriso luminoso, un patto di gentiluomo. Il seguito  è un pezzo di film accelerato. Una doccia prolungata e bollente, i truccatori al lavoro, un vestito di lino candido tagliato da un grande sarto, in testa un panama, tra le labbra un sigaro sottile chiamato Virginia, due calzature di un nero specchiato. Il provino con la sua partner: la bella Martine Carol.
Il film, dopo parecchi mesi di lavoro, è un trionfo: Roma, Parigi, New York, otto mesi in prima visione a Londra. Lo pseudonimo del principe si legge nei dizionari del cinema, è stato scelto da lui stesso: Carlo Bianco nella parte del miliardario Chiastrino.

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