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 women 2142007 960 720Un'antologia necessaria
Con il fuoco del sangue.
32 poeti colombiani d'oggi
di Emilio Coco

Si dice da più parti che la Colombia è un paese di poeti, come si afferma che il festival di poesia di Medellín è il più importante del mondo. Ma quanto conosciamo di quella poesia in Italia? Niente o quasi. A parte le poche notizie di poeti colombiani apparse in riviste on-line o le rare ma pregevoli traduzioni di qualche autore per conto di piccole case editrici le cui pubblicazioni sono introvabili anche nelle grandi librerie, non esiste in Italia un lavoro di un certo spessore che ci informi sulla realtà poetica contemporanea di questo meraviglioso paese sudamericano noto, ahimè, in Italia soprattutto per i numerosi casi di violenza e per i famigerati cartelli della droga.

Un luogo comune che si sente ripetere spesso è che in questa nazione si parla il migliore castigliano dell'America latina per la sua pronuncia e la sua fedeltà al senso originale della parola. Un'altra asserzione tipica è che la poesia che si scrive in Colombia è superiore a quella messicana o a quella di qualsiasi altro paese di quel continente. Se il lettore curioso vuole verificare di persona la veridicità di questa rivendicazione, ha a disposizione un'ampia scelta di poeti messicani nell'antologia da me curata tre anni fa presso lo stesso editore, dal titolo Dalla parola antica alla parola nuova. Ventidue poeti messicani d'oggi.

Mettendo da parte futili polemiche e contese, io penso, anzi sono convinto, che la poesia che si scrive oggi in America latina è la migliore del mondo e sto cercando di dimostrarlo attraverso i diversi florilegi che sono venuto  compilando, a partire dal 2008, di poeti argentini, ecuadoriani, nicaraguensi, della repubblica dominicana, messicani fino a quest'ultimo di poeti colombiani che il lettore ha adesso tra le mani, per non parlare delle numerose altre pubblicazioni in libri o in riviste di poeti cileni, peruviani, uruguaiani, paraguaiani, cubani, salvadoregni, costaricani, boliviani, guatemaltechi, venezuelani.

Il mio interesse per la poesia sudamericana ha preso definitivamente corpo a partire dal 2008, anche se negli anni precedenti c'era stata qualche breve incursione attraverso traduzioni di poeti che avevo conosciuto in festival di poesia spagnoli. Menziono per tutti il poeta peruviano Arturo Corcuera. Ricordo con viva emozione il mio primo viaggio in Messico, nell'ottobre del 2008, quando fui invitato al "Festival de Poesía del Mundo Latino". Visitai, insieme ad altri poeti colombiani, peruviani, cileni, cubani, uruguaiani e soprattutto messicani, le splendide località di Morelia e Pátzcuaro e m'immersi nell'illimitata e caotica Città del Messico.

Qui mi ha onorato della sua amicizia il grande Juan Gelman, suggellandola con un abbraccio soffocante. Qui, sulla scalinata del monumentale Palacio de Bellas Artes, mi sono confuso nell'accalcarsi dei poeti abbagliati dai flash della macchina fotografica dell'instancabile e generoso José Ángel Leyva. Non ho visto mai tanto interesse e amore per la poesia nella gente comune come in Messico. A Morelia, nello splendido teatro cittadino, gremito fino all'inverosimile, scrosciavano applausi entusiastici per i poeti che si avvicendavano sul palcoscenico come se si trattasse di grandi divi del cinema, della canzone o dello sport.

Qui mi sono visto avvicinare, all'uscita del teatro, la sera della mia lettura poetica, da due fidanzatini che, con voce rotta dall'emozione, mi chiesero un autografo,  professandosi miei fans e facendomi omaggio del libro di un poeta locale. Mi commossi fino alle lacrime e li strinsi entrambi in un solo abbraccio. Nella stanza dell'albergo, sfogliando il libro, trovai un bigliettino con queste parole: "Gracias por escribir palabras que vuelven más sensibles a las almas de este mundo. Natalia y Adal. Morelia, Michoacán, 2008". Potevano avere sedici anni. Qui ho conosciuto Marco Antonio Campos che accompagnava la lettura dei testi suoi e di altri poeti col gesto lento e delicato della mano quasi a sottolinearne l'intensa musicalità. Qui ho stretto amicizia con i poeti colombiani Juan Manuel Roca e Jotamario Arbeláez.

Appena tornato in Italia, dopo quella mia prima indimenticabile esperienza, proposi alcuni testi di questi tre poeti al direttore della rivista Pagine. Vincenzo Ananìa, un altro grande e generoso amico che ci ha lasciati qualche anno fa, rimase completamente affascinato da quella poesia che trovò impetuosamente fresca, agile, genuina, non viziata, come spesso quella italiana, da uno sterile e narcisistico esibizionismo linguistico. Non mi accade spesso di fare scoperte felici che mi compensino della lunga e paziente fatica di ricerca tra le molte decine di volumi che giorno dopo giorno aumentano le pile di libri sulla mia scrivania. E quando capita, mi prende gratitudine, come per un dono caro e inaspettato.

E il bello è che spesso queste consolanti illuminazioni mi vengono non tanto dalle sillogi di poeti italiani, che pure leggo e faccio conoscere all'estero attraverso le mie traduzioni, quanto da testi di autori latino-americani spesso malnoti o completamente sconosciuti in Italia e che stanno scrivendo, a mio parere, una poesia che i tanti cultori di letteratura nostrana si ostinano a non tenere in debito conto.

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È così che, dopo più di trent'anni dedicati alla  traduzione di poeti spagnoli, i miei interessi hanno cambiato definitivamente rotta. Come dico in una poesia di Ascoltami, Signore "... è meglio concentrarmi / su qualche messicano / cileno o uruguaiano / da un anno a questa parte / non m'intrigano più i castigliani". Una spiegazione a questo brusco cambiamento potrei darla in questi termini: mi sono profondamente innamorato della poesia sudamericana e l'amore, come ben si sa, richiede una dedizione assoluta ed esclusiva. Essa mi ha succhiato l'anima, mi ha come drogato. Non so fornire delle motivazioni critiche a tutto ciò, anche perché, come ho detto più volte in precedenti lavori, mi sento enormemente a disagio nei panni del critico e lascio volentieri ad altri questo ingrato mestiere che spesso costringe a nuotare in un'acqua infida, melmosa, piena di trabocchetti e di risucchi, soprattutto quando si lavora su una materia incandescente qual è la poesia che si sta costruendo giorno dopo giorno, non ancora sedimentata, che comporta il pericolo della scommessa, ma anche, credo, la bellezza della ricerca e la passione della scoperta.

Ha scritto il poeta spagnolo José Hierro: "La poesia è magia e qualsiasi esplicitazione è come voler giustificare il miracolo ricorrendo a procedimenti di illusionista".
L'anno scorso sono stato invitato al festival internazionale di poesia "Las líneas de su mano" che si è svolto in Colombia, a Bogotá dal 2 al 6 settembre. In questo paese, l'amabilità della gente è una distinzione culturale. Il sorriso è spontaneo, l'abbraccio, avvolgente. In Europa e in Italia, queste forme di comunicare le abbiamo perse da tempo. E io questa gentilezza, questa gioia di conversare con l'amico, quest'intimità di persone che si sono appena conosciute ma che si comportano come se si frequentassero da anni, l'ho vissuta pienamente in  quei pochi giorni trascorsi nella capitale colombiana.
Da quell'esperienza è nata l'idea di fissare sulla carta alcune delle voci ascoltate nell'accogliente spazio del Gimnasio Moderno insieme ad altre che sono andato scoprendo grazie anche all'aiuto di vecchi e nuovi amici. Al di là delle proposizioni dottrinarie, mi preme qui sottolineare l'ambizione di questo lavoro. Esso in primo luogo vuole offrire al lettore italiano la possibilità di avvicinarsi a una poesia poco nota da noi e partire da lì per ampliarne e approfondirne, qualora ne abbia voglia, la conoscenza. In secondo luogo essa ha costituito per me l'occasione di un rinnovato incontro con alcuni nomi consacrati che avevo già avuto modo di apprezzare e che si pongono, grazie alla loro forza e originalità creativa, come modelli insostituibili del fare poesia.
E accanto ad essi altre voci, voci di poeti giovani e meno giovani che reclamano giustamente il loro spazio di attenzione. La mia è stata una lettura appassionante, persino entusiasmante. Alla fine ho dovuto scegliere: trentadue poeti. Una scelta condizionata soprattutto dal mio gusto personale, dalle mie particolari convinzioni. Ogni antologista dovrebbe ammettere onestamente che in ogni sua operazione c'è una buona dose di soggettività. È in errore chi pretende di aver scelto tra quanto vi è di più rappresentativo o di più consolidato, senza lasciarsi influenzare dalle sue preferenze, dalla sua personale "poetica". Ma è soprattutto in malafede chi non fa una scelta di qualità. In base ad essa deve esprimere sempre il proprio consenso o il proprio rifiuto.

Un altro punto che mi sta a cuore rimarcare è che non si tratta di un'antologia nel senso tradizionale della parola. Non è una storia, un resoconto più o meno esaustivo e fedele di quello che è successo in Colombia in questi ultimi decenni nel campo poetico. Non informa sulle estetiche, le tendenze più forti, le varie generazioni. Di simili storie, coniugate in formule diverse, ne circolano o ne sono circolate abbastanza, alcune buone, altre meno buone. Questa "antologia" è una resistenza alla tentazione di catalogare, etichettare, produrre canoni per quanto la pensino diversamente certi critici che giocano ad eliminare o a includere nomi a seconda che rientrino o meno nei loro schemi precostituiti. La lettura, per essere tale, deve essere libera, plurale, e più che azzardare inquadramenti e gabbie, è preferibile presentare i poeti in carne viva, ciascuno con la propria esasperata vitalità e individualità, con la sua voce inconfondibile.

Trentadue poeti viventi, dunque, la cui produzione letteraria occupa un arco di tempo di poco più di cinquant'anni se si considera la pubblicazione delle prime poesie di Jaime Jaramillo Escobar (il più anziano dei poeti presenti), pubblicate da Gonzalo Arango nell'antologia 13 poetas nadaístas (1963) e l'ultimo lavoro del più giovane dei poeti, Luis Arturo Restrepo, uscito nel 2014, dal titolo En el fuego, la mirada. Penso che sia un numero sufficiente per un primo approccio alla poesia colombiana di oggi. E' questa un'antologia che si caratterizza per la sua totale apertura e dispersione di voci. Lo scrittore (in questo caso il poeta) è un solitario che si rivolge a un altro solitario (il lettore), alla ricerca di un interlocutore con cui condividere il suo mondo e le sue preoccupazioni.

Per quanto vasta e ambiziosa possa essere un'antologia (e questa non lo è) resta sempre e comunque un'opera frammentaria, una scelta di nomi. Nel 1997 Rogelio Echavarría selezionò 219 poeti del XX secolo per la sua Antología de la poesía colombiana, commissionatagli dal Ministero della Cultura. E sono sicuro che anche in essa mancavano dei nomi. La forza dell'antologista sta proprio nella precarietà delle sue scelte. Il poeta messicano José Ángel Leyva ricorda il caso emblematico di Volodia Teitelboim che a diciannove anni si lanciò nell'avventura di classificare i grandi poeti cileni, escludendo olimpicamente Gabriela Mistral che poi avrebbe dato al suo paese e all'America latina il primo premio Nobel di letteratura nel 1945. Volodia si sarebbe portato addosso fino ai suoi ultimi anni di vita il peso di quella decisione viscerale o della sua giovanile ignoranza.

Forse i margini di errore sarebbero stati più ristretti se avessi optato per un'antologia tematica, di quelle sulle più belle poesie d'amore, sul padre, sulla madre, sul paesaggio, sulla donna, sulla violenza, sull'eros, ma in questo modo ne avrebbe sofferto il probabile lettore in quanto gli si sarebbe propinata una visione a dir poco parziale della realtà poetica di quel paese. O forse ancora un'antologia ideale potrebbe sembrare quella generazionale, che prende in considerazione gruppi ben definiti, movimenti, estetiche. Ma anche qui i gruppi di poeti sono più espressione di un corporativismo mafioso, di un'associazione di mutuo soccorso che di un'identità estetica. Poeti che si aggruppano lo fanno spesso per sentirsi sicuri e protetti anche se diversi sono i loro esiti stilistici e le loro dinamiche. D'altro canto non va sottaciuto il fatto che in questo tipo di antologie si ripetono in continuazione le stesse poesie e gli stessi nomi che acquistano visibilità proprio grazie a simili operazioni. Basta dare uno sguardo alle varie antologie pubblicate in questi ultimi anni in Italia per avere una conferma di quanto ho appena detto.

Dicevo prima che questo mio lavoro prende in considerazione l'opera di trentadue poeti che si sono posti in luce in varia misura e con una varia validità di risultati, ma comunque sempre con un loro peso e con una loro significazione, nell'ultimo cinquantennio. Sono stati anni contrassegnati da una violenza inaudita a tutti i livelli che ha fatto dire a qualcuno che la "democrazia" colombiana ha causato più morti di qualsiasi altra dittatura degli altri paesi sudamericani. Come scrive Luis Eduardo Celis "la violenza dei narcotrafficanti, dei possidenti terrieri e delle élite regionali che confluirono nel paramilitarismo degli anni '90, rese possibile la più grande operazione di distorsione della democrazia, attraverso il controllo delle istituzioni statali a tutti i livelli", a cui bisogna aggiungere una nuova forma di violenza messa in atto dalla sinistra armata in varie operazioni di guerriglia.

Di questa terribile realtà si trovano riferimenti più o meno espliciti in più di un poeta. Si legga La estatua de bronce di Juan Manuel Roca, o la poesia I morti di Guillermo Martínez González, i quali "spuntavano per strada col volto / di spavento alterato dalle mosche" o che "scendevano in paese in groppa alle mule / sospesi come animali da sacrificio", mentre la violenza "passeggiava col suo tamburo / di mezzanotte nei villaggi". Migliaia di morti e migliaia di scomparsi sui quali cala una cappa di silenzio quasi obbligata nella "maligna" Bogotá su cui brillano inutili le stelle del cielo, con i "suoi crimini nascosti e i suoi giovani assassini / che cospirano nei bar". Ma è nei testi di Horacio Benavides dove il clima di violenza è maggiormente palpabile e dove la morte aleggia dappertutto, impregna l'aria e imbeve il paesaggio.

È tutto un susseguirsi di orride visioni di cadaveri e monconi di corpi che galleggiano nei fiumi e che trasformano la frescura dell'acqua chiarissima in un nero specchio di morte. E sentiamo il bramire del mostro scuro, le grida dei torturati e lo sguazzare dei caimani nel pozzo che si contendono i cadaveri, le grida di spavento mentre la notte scende sopra i morti orfani e gli assassini dormono ubriachi sulle tavole nelle osterie, e ci sediamo insieme al contadino su una panchina del parco dove aspetta invano i suoi figli perché nessuno è mai tornato. Il poeta descrive tutto ciò con una lievità di tocco e semplicità di linguaggio, quasi fosse una favola brutta, con la piccola speranza che tutto questo finisca un giorno e il mare possa lavare tanto orrore e si ritorni a correre sulla spiaggia, ruzzando con la gioia che si radica nei corpi distesi al sole "brillanti e robusti come leoni marini".

Di fronte a tanta terribile virulenza sociale, come reagiscono i poeti? Essi vivono e soffrono il loro tempo tormentato e inquieto, e la loro poesia, in più di un caso, ha dato prova di un elevato spirito civico. È presente in molti di loro un forte sentimento di speranza e determinazione di costruire la pace, non con la forza delle armi, ma con quella dell'intelligenza e delle parole. Ma è anche vero che nessuno può suggerire i temi al poeta. La vecchia idea romantica che la poesia possa cambiare il mondo è da tempo che è entrata in crisi. Il poeta messicano Marco Antonio Campos scrive dei versi illuminanti a tal proposito. Nella poesia "Dichiarazione d'inizio" possiamo leggere affermazioni devastanti come queste: "La poesia non cambia / se non la forma di una pagina, l'emozione, / una meditazione già scontata. / Ma, in concreto, signori, niente cambia. / In concreto, cristiani, / non cambia una croce a nuovi monti, / non estirpa, tedeschi, / la vergogna di un tempo e della sua crisi, / non toglie, marxisti, / il pane dalla bocca al milionario. / La poesia non fa niente. / E io scrivo queste pagine sapendolo." La forza del poeta potrebbe consistere semmai nel denunciare, nell'indicare possibili soluzioni, ben sapendo che tocca ai politici metterle in atto per il bene della comunità. Ma i politici, si sa, non leggono poesia.

Egli è da tempo che ha smesso di essere la voce della tribù, la voce di quelli che non possono parlare. La poesia può solo cambiare il poeta e il possibile lettore che ad essa si avvicina. Tutto il resto è demagogia.

Il tema della violenza, come il lettore potrà verificare, non è l'unico presente in quest'antologia. La poesia colombiana di questi ultimi decenni è caratterizzata da una esplosione di voci, di forme, di estetiche, di registri, di temi in continua ebollizione e arricchimento. Così accanto a Jaime Jaramillo Escobar e Jotamario Arbeláez due tra i più agguerriti rappresentanti del movimento nadaísta (una forma di neovanguardia che nasce come risposta all'imposizione culturale dell'accademismo), troviamo la poesia di Juan Manuel Roca in cui la realtà più scontata si colora di una magia onirica che ci invita a viverla come si vive una passione. E non poteva mancare Giovanni Quessep che ci canta la bellezza di un mondo perduto fatto di leggende e favole, di castelli e giardini che ci tocca ed emoziona in eguale misura nell'ambito umano e nel dominio propriamente estetico.

Juan Manuel Roca e Giovanni Quessep sono due giganti della poesia colombiana d'oggi, che hanno prodotto opere di altissimo valore estetico e morale, contribuendo in maniera determinante a definire le scelte di scrittura di tanti giovani poeti, non disdegnando di confrontarsi con essi in una leale e feconda competizione. Come non si può passare sotto silenzio l'opera di un altro grande della lirica colombiana, Darío Jaramillo con la sua poesia autoironica che non soffre intoppi e deviazioni e opta per un linguaggio conversato di cui si serve per narrarci la sua esperienza d'uomo immerso nell'universo urbano; ma sono i suoi versi d'amore, impetuosamente freschi, quelli più conosciuti dai lettori di poesia e che hanno trovato in Fabio Volo uno dei più entusiastici estimatori e diffusori. Né si può fare a meno di ricordare la voce di Luis Aguilera, creatore di inquietanti atmosfere di una rara bellezza; o quella di José Luis Díaz-Granados, calda e musicale; o la poesia di Rómulo Bustos, sottile, precisa ed elusiva allo stesso tempo; o l'insinuante e sfavillante erotismo di Raúl Henao, intriso di surrealismo; o ancora la poesia di Piedad Bonnet, con la trasparenza delle sue emozioni e dei suoi trasalimenti placati e risolti nel sereno possesso della parola poetica, o quella di Armando Romero, la cui vocazione narrativa ricorre a inusuali associazioni che scombussolano gli ordini della visione reale creando situazioni di alto potenziale poetico.

E qui mi fermo, lasciando al lettore che abbia la pazienza e il gusto della letteratura volenterosa, non prevenuta, di fare le sue scoperte e le sue considerazioni. Poi verranno gli accademici e i critici di mestiere a dissezionare, a integrare, a ricomporre, a confrontare poetiche e personalità, a chiedere e a cercare spiegazioni. Nel frattempo, il lettore si lasci prendere per mano dai poeti e guidare nel fascinoso e caleidoscopico mondo della poesia colombiana d'oggi.

Da “Incontrare il Novecento” (Unigester, 2017)

 

 

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