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Di là dell’”Ultimo mare”
Poeti d’Israele e di Palestina
di Giovanni Occhipinti

“Troppo io ho dimorato con chi detesta la pace.

Io sono per la pace, ma quando ne parlo essi vogliono la guerra”

(Salmo 120)

 

A noi che ci affacciamo sul Mediterraneo – il biblico “ultimo mare” – tocca esprimere un pensiero sulla poesia di dolore e di pena di due grandi popoli: il palestinese e l’israeliano.

Nessun canto si leverà al Signore dalla terra di Palestina: non lo intoneranno gli israeliani, non lo intoneranno i palestinesi, alla maniera di Mosè, nel libro dell’esodo: “Il Signore è prode in guerra:/ Jahvè è il suo nome./ (…)/ La tua destra, o Signore, è magnifica nella potenza,/ la tua destra, o Signore, spezza il nemico”.

Molte mamme israeliane e palestinesi, pur dai loro campi avversi, sanno bene “di che lacrime grondi e di che sangue” la loro storia, avendo in comune il pianto e lo strazio per i giovani figli caduti. Tra rivolta e utopia pacifista, unica realtà restano il sangue e le lacrime; e le mutilazioni del corpo, cui assai spesso corrisponde la “mutilazione” dello spirito.

Dopo il 1948, con la nascita dello Stato di Israele, inizia la decadenza della cultura ebraica della diaspora e, di contro, si viene affermando la nuova cultura diasporica del popolo palestinese.

Si consideri la cultura ebraica della diaspora, quella poniamo di Odessa, Varsavia, Vilna: essa ha legami profondissimi nei millenni con situazioni e motivi biblico-vetero-testamentari, là dove è presente il richiamo agli ideali dei profeti, all’invocazione, al ringraziamento, al dolore-ribellione per le pene subite, al senso di colpa. Col ritorno in patria, dopo il 1948, questa cultura è intrisa di una profonda nostalgia verso i paesi d’origine abbandonati. La catabasi dimidia e disperde gli affetti, genera il canto elegiaco per la privazione e lo sdoppiamento tra i nostoi: quelli che affondano le radici nella tradizione biblica e quelli dell’esilio, dei ricordi legati ai tempi dell’anabasi. Il meccanismo è dei più perfidi. Siamo al grande travaglio esistenziale intimamente connesso col contingente della storia: a un lato il ricordo bruciante di ferite mai rimarginate per l’olocausto (si pensi, solo da noi, alle migliaia di ebrei che, a seguito dell’ordine di Buffarini Guidi, nel 1943, furono deportati e inviati allo sterminio) dell’ebraismo europeo durante la seconda guerra mondiale, dall’altro la somma di problemi pressanti che ineriscono alla colonizzazione di Israele in una Palestina ora divisa tra arabi e ebrei e con una Gerusalemme israeliana fortemente militarizzata, dove sono costretti a coesistere arabi e musulmani, arabi e cristiani ed ebrei. Le linee di demarcazione tra le quali viene confinata o dove viene relegata la “libertà” di un popolo o dalle quali si sprigiona la forza dirompente del potere sono puramente ideali, essendo il dolore l’unica grande realtà che accomuna quanti soffrono quell’al-di-là e quell’al-di-qua delle linee di demarcazione.

E tuttavia, l’israeliano Amos Kenan, nel suo romanzo fantapolitico di anni addietro – La via per En Harold -, ponendosi il problema di una nemesi per Israele, finisce per chiedersi se per caso gli ebrei, da vittime, non siano diventati carnefici. Il dato obiettivo restano i morti d’ambo le parti, tra Cisgiordania e Gaza e i morti palestinesi dei villaggi di Jeben Mukabbar e Silwan, nella periferia orientale di Gerusalemme e ancora nei villaggi di Yatta e Yaabad. Questa, in definitiva, la verità su cui possiamo e dobbiamo interrogarci. Il resto rientra nel giuoco spregevole dei grandi burattinai della Storia, che scatenano guerre di pupi per le conquiste o il mantenimento di aree di potere funzionali alla strategia della forza, del dominio e del neocolonialismo.

Un itinerario all’interno della cultura ebraica della diaspora ci farà incontrare alcuni significativi esponenti della poesia dell’esilio, a partire da Else Lasker-Schüler (1869-1945), vicina a rappresentanti dell’avanguardia tedesca come Krauss, Benn, Trakl. Le sue Ballate ebraiche è possibile apprezzare nella bella versione di Maura Del Serra, particolarmente là dove l’invocazione diviene la voce di tutti i poeti della diaspora: “Ed è muto il mio mondo-/i miei umori, tu non li frenasti./ Dio, dove sei?” (A Dio). Si dovrà giungere a Caos per avvertire la sofferenza per lo sdoppiamento e la sindrome dell’esilio: “Non mi ritrovo più in quest’abbandono/ di morte; e d’essere mi sento/ a cosmica distanza da me stesso,/ (…)// Io vorrei che un dolore si svegliasse,/ che giù senza pietà mi rovesciasse,/ e che in me bruscamente mi gettasse!/ E che nella mia patria/ nuovamente posarmi sotto il seno materno/ piacesse al Creatore”. È come un canto-pianto della diaspora che si arrovella nella contemplazione e/o nel vagheggiamento di una terra lontana, forse, come lo stesso Cielo. È la pena di una natura umana che la “cacciata” non ha mutato; ed il senso di un implacato smarrimento esistenziale che ha radici nella condizione erratica dell’ebreo. Un riferimento sempre ritornante al Cielo, comune alla gente della diaspora, e, di contro, la solitudine di ognuno proiettata su uno scenario di assenze e di ricordi di nostalgia e di rammarico: “Ma sfuggito alla terra presso il Sinai/ trasfigurato tu sorridi-/ Lontano estraneo passi oltre il mio mondo” (Al trasfigurato).

Una fede nell’affermazione ebraica in terra d’Israele e nella coesistenza attiva coi fratelli, sebbene assai spesso affiorino motivi di disperazione giobbica, pervade i versi di Chaim Nachman Bialik (1873-1943): “Perch’io… dentro di me il mio cuore è morto,/ sulle mie labbra è spenta la preghiera./ La forza m’abbandona; s’è dispersa;/ perfino la speranza m’ha lasciato./ Fino a quando? Fin dove? Fino a quando/ (…)// Tu spacca il cranio: il sangue sgorgherà,/ sangue di bimbo e sangue di vegliardo/ sulla tua veste: e mai scomparirà” (Il massacro).

Agli sfoghi giobbici del poeta “classico” Bialik si oppone, potremmo dire, Avraham Shlonsky (1900), tra i maggiori della poesia di Israele, ebreo russo che torna in Palestina nel 1921: un esempio di questo suo atteggiamento è possibile cogliere in Pietre grezze, raccolta di poesie del 1960, dove l’antico paesaggio biblico con le sue dune, gli avvoltoi che veleggiano in cielo, le lente e lunghe carovane, il pacifico gregge vengono investiti e coinvolti nel progetto di ribellione del poeta alla tradizione ebraica in nome di un “modernismo”, in senso efficientista, che egli ritiene più consono ai tempi: “Per tante e tante generazioni/ le sabbie – e sembrano grandi mammùth-/ si sono stratificate./ La loro ribellione/ nell’ozio s’è calmata./ E nessuno è venuto/ a disturbarle// (…)// Ecco che s’ode un guizzo e un fischio/ da duna a duna:/ ‘Presto la ghiaia! A me il bitume!/ serriamo il mammùth-/ dentro una trappola di muratura’ “(Davanti al deserto). Shlonsky è dunque, col suo “pragmatismo” poetico, ispiratore del rinnovamento di Israele. Ma il rinnovamento e la nascita dello Stato di Israele si affermano con la negazione del popolo palestinese che inizia a sua volta, la propria diaspora vivendo l’esperienza drammatica di un ulissismo disperato con la gente di Israele, fatto di nostalgie, di rancori, di aneliti, di ricordi, di immagini di desolazioni e di crudeltà: questi, ci sembrano, i temi emotivi che sostanziano la poetica di Chaim Guri (Tel Aviv, 1923): “Uno sbaglio può sempre avere rimedio,/ pensava Ulisse nel suo stanco cuore./ E tornò al bivio, ch’era proprio accanto/ alla città vicina, alla ricerca/ della sua patria, senz’acqua né sponde” (Ulisse). Nella sua apertura europea (a Parigi, dove si era recato per un corso di perfezionamento dopo la laurea in lettere all’università di Gerusalemme, conosce la poesia francese e éluardiana), egli può meglio osservare e valutare la specularità del dramma che coinvolge i due popoli: cosicché. Potrà, in un flash sul paesaggio della guerra di indipendenza israeliana, fissare lo squallore e la distruzione di Babel-nad, lungo la strada per Gerusalemme: “…nera via d’asfalto./ Vertice e pietre. Scende lentamente/ la sera, e là dal mare soffia il vento:/ A Beth Machshsùr luce la prima stella.// O Bab-el-nad!/ Mai non dimenticare i nostri nomi (Bab-el-nad).

Tuvia Rivner (Cecoslovacchia 1924), autore di Il fuoco nella pietra (1957), vive in Palestina al 1941. La sua poesia, tra scanzonata gioia di vivere e sogno nostalgico di luoghi e di età definitivamente mutati, ha come sottofondo il senso di un peccato dell’uomo che confina col mistero.

Cerni Carni (New York, 1925), dal 1931 al 1934 visse a Tel Aviv; è in Palestina dal 1947. Insegnò in un campo di profughi ebrei in Francia: di questa esperienza, come anche delle sue traduzioni da Eluard, risente molta sua poesia, soprattutto la raccolta di versi Non ci sono fiori neri, dove il senso di colpa dell’umanità sembra a volte essere espresso da un cupo ritmo del mare in tempesta o da un senso di sprofondamento nei suoi abissi: “finché dagli occhi nostri il nostro sangue/ perseguitato non sprizzi, e si sciacqui/ di tutto il sale della nostra colpa/ nell’eromper dell’onde” (L’ultimo mare).

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Poesia dell’identità quella dei poeti palestinesi, la quale rivendica il diritto di integrazione-interazione con la realtà del mondo arabo, dettata dalla necessità vitale di accogliere in sé i grandi temi sociali della giustizia e della libertà, in altre parole il diritto di esistere e per la cui affermazione, nello spazio-babele di etnie, questo popolo rischia quotidianamente gli effetti del monito biblico: “chi di ferro ferisce, di ferro perisce”. Noi siamo i contemporanei di questa storia così come accogliamo la denuncia contro la violenza, respingiamo ogni perfido meccanismo che generi altra violenza e avvilisca e confonda la nobile causa degli ideali da perseguire perpetuando il dolore storico e biblico di quella terra.

La poesia palestinese ha una data precisa: il 1948, la nascita dello Stato di Israele e, di conseguenza, l’esodo palestinese con tutto ciò che ne segue: dalla guerra dei “sei giorni”, che nel 1967 segna la sconfitta degli arabi, alla repressione nel 1970, della resistenza palestinese. Una data precisa, dunque, e nomi precisi che della parola poetica hanno saputo fare - insieme all’Intifada – l’arma per la loro lotta di liberazione. Ne ascolteremo alcuni fra i più significativi.

Mahmud Darwish (Galilea, 1941), del Comitato esecutivo dell’Olp: a lui è stata affidata la stesura della proclamazione dello Stato Indipendente Palestinese; e naturalmente tutti quelli della sua generazione: da Samih Al-Qasim a Tawiq Zayyad a Rashid Husayn e ai molti autori anonimi che hanno saputo mettere in versi il dramma profondo della storia palestinese e dei momenti cruciali dei suoi quarant’anni: l’esodo, la violenza, la resistenza. Nella struttura narrativa del poemetto di Darwish, Il sogno dei gigli bianchi (cfr. l’antologia Palestina, 1982), è, si, drammatizzato il sogno ma anche la protesta, la lotta, la speranza attraverso frequenti elementi simbolici quali “colombi”, “gigli”, “uccello bianco”,  “uccello nero”, che il poeta accosta a momenti di cruda realtà: “Fumo un poco, poi disse/ come fuggendo uno stagno di sangue:/ Io sogno gigli bianchi/ in un ramo d’olivo,/ un uccello che abbracci il mattino/ sopra i fiori di limone”.

Samih Al-Qasim (Giordania, 1939) ci pone di fronte a un “parlato” insistito, incalzante, anaforico, proprio dell’accusa e della rabbia, del manifesto, del comizio e della rivolta, ricco di elementi simbolici e di riferimenti alla cultura e alla favolistica orientale. Una scrittura poematica che “racconta”, per metafora, la solidarietà del dolore dell’esilio e le impossibili vicende della resistenza palestinese, ma soprattutto lo stato d’animo di chi sa di essere solo nell’emergenza e, peggio, di essere strumento dei grandi Stati, la cui supremazia sul resto del mondo è regolata dall’antico divide et impera: “a colui, i cui aerei infrangono i sogni della fanciullezza,/ a colui che spezza gli arcobaleni,/ annunciano questa notte i fanciulli di Rafah:/ Noi non tesseremo coperte a un treccia di capelli./ Noi non sputammo sul viso di un’uccisa/ dopo averle estratto i denti d’oro…/ Perché prendi il nostro dolce/ e ci dai pallottole?/ Perché rendi orfani i fanciulli degli arabi?” (I ragazzi di Rafah).

Tawfig Zayyad non si è mai mosso dalla Palestina in cui è nato. Anche lui “poeta della terra occupata”, dell’Intifada e della resistenza palestinese è accusato di appartenere all’Olp e più volte imprigionato. I suoi temi sono l’esilio e la minaccia sionista, nel senso della volontà perfida di annientamento della gente palestinese. C’è come una maestosità nella determinazione di questo popolo alla resistenza fiera e ai lutti nel nome di un loro sacrosanto diritto alla propria identità. Cronache luttuose e agghiaccianti corrono sul verso di Zayyad: “Migliaia di arabi massacrati e/ ciascuno di loro è più prezioso di un sacco pieno d’oro;/ il loro delitto è di non avere voluto rinunciare/ alla parentela/ mantenuta per più di vent’anni/ con la terra che li ha partoriti:/ la Palestina” (Diario di sangue). Una scusa e una sfida continua, riprese a ogni occasione insieme alla dichiarazione gridata di orgoglioso attaccamento alla terra di Palestina.

Una disperazione giobbica, peraltro già incontrata nell’ebreo Bialik, è sempre presente in Hanna Abu Hanna (Palestina, 1928), tenacemente legata alla cultura araba: il suo umanitarismo biblico permea tutta quanto la sua tematica poetica, il cui nucleo è costituito dal dolore della tradizione ebraica (la sofferenza di Giobbe) e di quella cristiana relativamente alla sofferenza della croce: “Il mio Abu Hanna è poeta che narra il dramma vissuto dai palestinesi e li esorta col proprio “racconto” sull’oppressione, sul sangue, sulla distruzione e l’inquinamento ambientale (“Aria di piombo fuso/avvelena la terra./ Muore l’aroma sopra le colline”) a difendere la loro storia e ogni palmo della Galilea.

Bisognerà giungere ai canti anonimi dei “poeti della terra occupata” per comprendere meglio e meglio immedesimarsi nella filosofia e nella psicologia della resistenza che giustificano ed esaltano l’azione dell’occhio-per-occhio, dente-per-dente: direi che nei canti anonimi, che possono essere letti continuativamente come un solo, unico, ossessivo canto di incitamento alla lotta di liberazione e alla sfida, c’è un’etica della resistenza (“E quando anche il mio corpo/ non sarà che una piaga,/ col sangue delle ferite resisterà”) giustificata da una necessità imperativa e vitale di respingere i soprusi e rivendicare al popolo oppresso il diritto di sopravvivenza e di libertà, come qui,  Un solo medesimo sangue: “Vittoria, Al Fatah! La nostra rivoluzione trionfa,/ e trionfano le mani che fanno saltare i carrarmati.// (…)// Per la guerra popolare di liberazione,/ un solo e medesimo sangue”.

Storia! E storie di sopraffazione e di morte, di mutazione, di insidie subite e lungamente vissute da questa gente che ancora oggi vive le proprie stimmate bibliche nella geografia perennemente sconvolta e incerta dello sdoppiamento e della schizofrenia, sino a spingersi al gesto estremo della violenza come arma contro la violenza subita e come sinistra preghiera di speranza che lo spargimento di sangue dei martiri della Palestina sia, alla fine, l’unico possibile rimedio alla lotta per l’indipendenza di quello Stato. Mentre Yasser Arafat discute ad Algeri della proclamazione dello Stato indipendente nei territori occupati da Israele, Shamir tuona definendo la cosa “una pericolosa illusione”. E d’altra parte, la realtà è ancora di minaccia, di sfida e di lotta: sulla striscia di Gaza vige il coprifuoco; in Cisgiordania la popolazione non può lasciare le zone di residenza; molti i posti di blocco nella militarizzata Gerusalemme; bloccati i villaggi di Galilea.

Una quasi lettura sinottica della poesia degli israeliani e dei palestinesi, così come ci fa cogliere il filo sottile che conduce nella lontana tradizione preislamica a cui appartennero i poeti esuli della Sicilia al tempo dell’occupazione normanna (per tutti valga il nome di Ibn Hamdis, per il rimpianto della terra d’origine e per il dolore dell’esilio), allo stesso modo ci pone di fronte a una comune pena esistenziale e storica che nutre e tormenta la lirica di questi due popoli in perenne ostilità. I temi, certo al di là, dell’ottica politica e delle divergenti ragioni, sono quelli del dolore come conseguenza della perdita d’identità, della condizione dell’esilio che si accompagna alla ricerca della terra perduta e dello scontro che rinnova i tempi biblici di violenza e di odio (cfr. il Salmo 120; e non sfuggano gli episodi di questo anno duemila!)

(Le confuse Utopie) L. Sciascia Editore

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