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IL VERSANTE DIALETTALE DELLA SAGGISTICA DI S. DI MARCO
di Sergio Spadaro

Per la Nuova Ipsa Editore (PA, 2010) Salvatore Di Marco pubblica il volume Il versante dialettale (saggi di letteratura siciliana) che raggruppa gli interventi già apparsi sulla rivista “Colapesce” nel periodo 1996-2005. Ciò ci consente di veder riuniti in unico supporto quei saggi che prima bisognava rintracciare un po’ faticosamente, anche considerando l’area limitata di diffusione di “Colapesce” e la sua durata storica.

Il primo saggio (poi incluso nel volume Il filo dell’aquilone del 2000) riguarda la fortuna che Ignazio Buttitta ha avuto nelle antologie di poesia dialettale del Novecento.

Una fortuna scarsa o addirittura del tutto secondaria, atteso che si trattava di uno dei più grandi e conosciuti poeti dialettali siciliani. Se risulta giustificata l’esclusione da quell’antologia che oggi vene considerata una opera classica, cioè Musa siciliana del 1922 a cura di Luigi Natoli, essendo il primo libro di Buttitta edito solo nel 1923, non si comprende tuttavia perché Buttitta non compaia nemmeno in Poeti dialettali del nostro tempo (1925), a cura di Amedeo Tosti, forse perché il curatore fu influenzato da Alessio Di Giovanni, che nell’ottica verista del saggio Saru Platania (1896) non poteva prendere in considerazione le prime prove di Buttitta.

Questa responsabilità dell’esclusione fu ribadita dallo stesso Tosti, quando il curatore rispose a una lettera di Buttitta apparsa sul mensile “La trazzera” nel 1927, rivista fon183 data insieme con G. Ganci Battaglia e V. Aurelio Guarnaccia.

Alcune apparizioni avvennero poi tra 1929 e 1937, ma su pubblicazioni scadenti. Buttitta non apparve nemmeno nella famosa antologia Poesia dialettale del Novecento di Mario dell’Arco e P.P. Pasolini del 1952, in quanto Pasolini limito l’originaria scelta fatta da Leonardo Sciascia (anche se successivamente parlo di Buttitta come “una delle voci più autentiche del nuovo realismo italiano”).

Del tutto incidentale fu la presenza in Poeti siciliani d’oggi (CT, 1957), antologia curata da Carmelo Molino e Aldo Grienti, e bisognerà perciò aspettare il 1984, quando apparve l’antologia Le parole di legno a cura di Mario Chiesa e Giovanni Tesio, per vedere finalmente collocato Buttitta nel posto che gli spettava. Peraltro la sua esclusione continuo in Via terra (1992), antologia curata da Achille Serrao, e in Lingua lippusa (1992), antologia curata da Corrado Di Pietro, che appositamente escludeva i “poeti già affermati e conosciuti”. E per quanto possa sembrare ancora più strano, Buttitta non apparve neppure in Poeti dialettali del Novecento (1987) a cura di Franco Brevini, esclusione poi ribadita in Le parole perdute del 1990. Contro questa clamorosa esclusione polemizzo a suo tempo Di Marco in maniera vigorosa (si ebbe successivamente una “composizione” tra i due). Per fortuna riparava all’assenza l’antologia curata da Giacinto Spagnoletti e C. Vivaldi, Poesia dialettale dal Rinascimento a oggi (1991), che ribaltava completamente il giudizio limitativo del Brevini (correggendolo: “poeta in piazza, e non di piazza”).

In La moderna rilettura della leggenda di Colapesce Di Marco nota che, a partire dal 1896, era lo stesso Pitre a parlare della leggenda di Colapesce. Da allora ci sono stati alcuni interventi (Vincenzo Linares, Francesco Lanza, lo stesso Sciascia), ma il contributo più importante, e più

scientificamente aggiornato, e quello del messinese Giuseppe Cavarra che, in La leggenda di Colapesce (Intilla, ME, 1998), si rifà agli antecedenti del XII sec. e via via agli altri studiosi nel corso dei secoli (fra cui Schiller nel 1797). Oltretutto Cavarra ha il merito di restituire alla leggenda la sua messinesità.

Ne La poesia dialettale siciliana e la questione storiografica Di Marco prende atto che manca a tutt’oggi una storia della letteratura in dialetto siciliano. Ci sono stati solo contributi parziali (come quelli di F. Brevini, G.L. Beccaria, G. Spagnoletti). Cio si giustifica innanzitutto con la questione di quale dialetto innanzitutto. Come lingua del popolo o come prodotto della tradizione letteraria colta? Manca del tutto oggi il dialetto come “poesia popolare” d’autore anonimo, a cui gia si riferiva il Pitre.

C’e poi la questione della stabilita dei modelli. A differenza della poesia popolare, dove prevale l’obbedienza ai canoni, nella poesia culta si esalta invece la creatività personale. Franco Brevini parla di poeti “neo-dialettali”, in cui il dialetto e scorporato dal sistema dei valori antropologicoculturali della regionalità, ma diventa esclusivamente un codice linguistico scelto in vista delle nuove possibilità espressive dell’atto di poesia. E, si comprende, come ciò tagli fuori quella poesia ancorata a motivazioni sociali, come quella dell’engagement.

Già alla fine dell’Ottocento il dialetto siciliano si sgancio dalle “incipriature settecentesce, dagli italianismi e dai latinismi classicheggianti”. Da un verismo poetico si passo addirittura alle “vocazioni francescane, al felibrismo, al collegamento con Mistral”.

Il clima culturale cambio dopo la seconda guerra mondiale, e si passo cosi ai nuovi fermenti che escludevano la “lezione del tardo pascolismo, del crepuscolarismo, di una poetica tutto sommato decadente”. Il resto e noto.

 baby 1471370 960 720Ne La vita e l’opera di Vito Mercadante Di Marco fa giustamente il punto critico su questo poeta, la cui ritrosia e riservatezza in vita non aiuta certo per una soddisfacente ricostruzione biografica. Anch’egli subi l’influsso dei c.d. “poeti nuovi”, aperti alle nuove istanze sociali. Avendo infatti conosciuto e praticato rapporti di corrispondenza con Alessio Di Giovanni, Di Marco può cosi sintetizzare la sua posizione culturale: “Come il Di Giovanni fu il cantore impareggiabile del feudo e delle zolfare della Valplatani, cosi Vito Mercadante fu il poeta nuovo a Palermo, il poeta della natura e del carattere della gente isolana”.

A prescindere dal Natoli di Musa siciliana del 1922 e da Giorgio Santangelo in “La siepe di Sicilia”, si deve ad Antonino Verzera l’unico studio organico pubblicato sul poeta di Prizzi (Un poeta di Sicilia: Vito Mercadante, PA, 1965).

 Nella prefazione alla ristampa di Focu di Muncibeddu del 1963, Guglielmo Lo Curzio chiama Mercadante “donatore di bontà e giustizia” (espressione da prendere alla lettera, in quanto Mercadante era un sorvegliato speciale e mori in miseria nel 1936). Era nato a Prizzi nel 1873 e si trasferì per gli studi a Palermo, dove poi s’iscrisse alla facoltà di ingegneria.

Ma, alla morte del padre, fu costretto a trovare un impiego nelle Ferrovie. Sotto un certo aspetto Mercadante fece da contraltare al francescanesimo di Di Giovanni, perché “si avvicinerà alle idee di George Sorel e cercherà nell’azione sindacale lo strumento del riscatto sociale e umano”. E’ un poeta che andrebbe conosciuto di più e perciò meritoriamente il comune di Prizzi – alla cui biblioteca sono confluiti i manoscritti e gli inediti – ha pubblicato nel 2009 il volume collettaneo Vito Mercadante: dimensione storica e valore poetico.

L’opera di Antonio Pizzuto e l’avanguardia letteraria, a stretto rigore, e un saggio che non fa parte del “versante dialettale” della letteratura siciliana. Ma rientra a pieno titolo in quella “sicilianità” eccentrica e nell’ambito novecentesco acquista una posizione centrale. Di Marco distingue fra neoavanguardia , con i suoi “azzardi scapestrati”, e ricerca sperimentale che nell’opera di Pizzuto va da Signorina Rosina (1956) a Ultime e penultime (1978), cioe dall’inizio alla fine.

La scrittura pizzutiana si caratterizza alla luce di un “segnacolo filosofico”: quello del siciliano Cosmo Guastella (1854-1922). La sua ricerca estetica si fonda pero, nella sfera del linguaggio, attraverso le mediazioni delle esperienze joyciane (lesse l’Ulisses nel 1926, in lingua originale), gaddiane e d’arrighiane. Egli, rifiutando la “casacca pedagogica”, sosteneva che debba essere il lettore a comprendere quello che legge. Concetto ribadito in un’intervista del 1971 allo stesso Di Marco: “I lettori che mi capiscono sono i miei lettori. Tutti gli altri non m’interessano”.

Già Angelo Guglielmi, teorico del Gruppo ’63, sosteneva che fosse lo scrittore a porre un “filtro fra la propria lingua e la realtà, attraverso il quale le cose, allargandosi in immagini surreali o allungandosi in forme allucinate, torni187 no a svelarsi”. Ma la sperimentazione di Pizzuto si basava sulla diversità tra “raccontare” e “narrare”. Bisognava annullare ogni elemento di natura oggettiva implicito nel “raccontare” e calarsi invece nel “narrare”, dove prevale la soggettività e la fictio e si ubbidisce al principio di indeterminatezza.

La narrazione – compendia Di Marco – “non e più il resoconto di un fatto, ma diventa essa stessa evento, cioè morfologia, linguaggio, tòpos dell’invenire”.

La ricezione dell’opera pizzutiana, in Sicilia, e del tutto limitata. Il primo studio monografico su di lui si deve a Vincenzo Arnone (1979) e solo alla fine del Novecento ci saranno gli studi di Rosalba Galvagno, di Lucio Zinna e Antonio Pane. Quest’ultimo contrappone (Il leggibile Pizzuto, 1999) al tema della conclamata impopolarità della scrittura pizzutiana, la questione della sua leggibilità. E anche se lo scrittore palermitano non amava essere decifrato, sarà proprio Pane a decodificare in gran parte la sua prosa.

Seguono poi dei saggi, nell’insieme meno importanti e più occasionali. Si tratta di quelli che Di Marco dedica rispettivamente a Nicola Di Maio (Dai minimalia dell’esistenza al gesto letterario), a Franco Grasso (Una luce che altrove non c’è), a Giuseppe (Peppino) Benincasa (Le ‘ciurie castronovesi del Benincasa) e a Gaspare Li Causi (Le liriche della memoria di Gaspare Li Causi).

Ne L’influenza di Antonio Veneziano nella poesia dialettale siciliana Di Marco si chiede quale sia l’influenza oggi di questo poeta. Se anche nel Novecento l’ottava d’amore, sul modello nobile della canzuna, ha mantenuto una propria tradizione (G.Nicolosi Scandurra, Ugo Ammannato), non certo tutto il neo-petrarchismo dialettale si puo condurre al Veneziano.

Già la tradizione popolare ha attribuito al Veneziano tanti scritti da lui non composti. Tocca alla filologia ristabilire le competenze. Per valutare comunque la sua influenza, sono due i punti di partenza: il petrarchismo e la questione della lingua poetica in Sicilia. Non c’è dubbio che avesse ragione il Natoli quando affermava che il petrarchismo siciliano raggiunge il suo momento espressivo più alto soltanto con Antonio Veneziano. In effetti il dominio dell’ottava resterà incontrastato fino a quando il Meli non immetterà un’ampia varietà di metri nella poesia siciliana. Conclude Di Marco che il Veneziano e senza dubbio il “poeta che meglio riassume il carattere del rinascimento siciliano e perciò trascende e supera i limiti della lezione del petrarchismo”. Ricorda Di Marco che Francesco Paolo Perez (1812-1892), nel saggio su Gli esordi letterari, fu l’autore di quella Beatrice svelata (1865), che lo pose tra i più accreditati dantisti del sec. XIX. Quest’autore fu un antiromantico e un classicista. Giorgio Santangelo definisce il suo scritto sulla musica del Bellini come “uno dei primi documenti di appassionata poesia civile e risorgimentale” e In morte di Ugo Foscolo (1833) come “prima vera diana del risorgimento in Sicilia”.

Conclude Di Marco che il suo “insegnamento fa alta la tradizione della poesia patriottica e civile in Sicilia sia prima del 1848 che successivamente, tra il 1848 e il 1860”. Il tempo del Cristo e il tempo dell’uomo nella poesia di Bernardino Giuliana conclude degnamente il volume. Giuliana (1935-1999) era cresciuto nelle terre delle zolfare.

E aveva acquisito la stima del niscemese Mario Gori (1926- 1970), direttore della rivista “Sciara”. Ciò gli apri le porte alla rivista “Arte e folklore di Sicilia” (CT), dove fu incluso nel 1979. Intanto pubblica la sua opera maggiore: quel Cri189 stu surfararu, che si può accomunare alle voci del feudo di Di Giovanni.

Solo Aurelio Rigoli valuto sempre positivamente l‘opera di Giuliana, che si conclude con L’ultimi uri di Cristu (1985), dove la metafora cristologica s’apparenta alle più alte prove che sul tema s’erano avute con l’Ode a Cristo (1905) di Di Giovanni e Ncuntravu u Signuri (1972) di Buttitta.

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